Come da tradizione, le Scuderie del Quirinale hanno allestito una mostra sull’antico Egitto altamente scenografica. “I tesori dei Faraoni” espone reperti di grande varietà, oggi conservati quasi tutti al Museo del Cairo e la maggior parte dei quali si sono conservati in modo eccezionale per oltre tremila anni, grazie al clima arido e alle condizioni sabbiose del terreno, che hanno protetto oggetti, tessuti e corpi mummificati dal deterioramento.
Il racconto ricco e avvincente che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare da Sara Millozzi è iniziato dalla definizione di Erodoto che nel V secolo a.C. chiamò l’Egitto “il dono del Nilo”, individuando nel grande fiume la sua prosperità. Le periodiche inondazioni del Nilo ricoprivano le terre con un fertile strato di limo, chiamato Kemet (“terra nera”), che consentiva la coltivazione di cereali, ortaggi oltreché di papiro. I villaggi agricoli e le abitazioni sorgevano lungo il fiume, mentre necropoli e complessi funerari erano collocati nelle zone desertiche, dove la sabbia secca favoriva la conservazione delle tombe e dei corpi.
Anche il deserto, pur inospitale, forniva comunque pietre dure, minerali e soprattutto oro, considerato “pelle degli dèi” e pertanto simbolo di eternità, perfezione e potere divino. Lucente come il sole, richiamava la natura immortale degli dèi e per questo veniva ampiamente utilizzato per gioielli, statue, oggetti rituali e per rivestire i sarcofagi reali.
Nella prima sala l’impressionante coperchio del sarcofago di Ahhotep, madre e moglie di un re. La presenza dell’oro testimonia la regalità in questo sarcofago antropomorfo ma non fisiognomico: gli Egizi infatti non cercavano la somiglianza del volto, poiché l’identità del defunto era garantita dal Ren, il nome inciso sulla superficie.
La donna indossa la parrucca della dea Hathor, ornata da due dischi blu, simboli di protezione divina. Le vetrine contengono anche parti del corredo funebre delle regina, tra cui un collare d’oro del peso di circa 8 chili, uno dei più imponenti dell’antichità. Le parti pendenti, intrecciate in modo raffinatissimo, erano destinate a ricadere sulla schiena. E una collana con mosche d’oro: le mosche, simbolo di coraggio e tenacia militare, indicano che la donna potrebbe aver avuto un ruolo strategico nelle decisioni di guerra.
L’osservazione di questa splendida opera ha dato a Sara l’occasione per riepilogare la concezione dell’essere umano degli antichi egizi, articolata in diverse componenti fisiche e spirituali: Ka, la forza vitale che continuava a vivere dopo la morte, bisognosa di offerte di cibo e bevande, il Ba, la personalità individuale, rappresentata come un uccello con testa umana, capace di viaggiare tra il mondo dei vivi e dei morti, l’Akh, lo spirito glorificato, che viveva eternamente nell’aldilà dopo la riunione di Ka e Ba. A questi si aggiungevano altri elementi fondamentali: Ren, il nome, garanzia dell’identità; Sheut, l’ombra; Ib, il cuore, sede dei pensieri e delle emozioni.
Nella stessa sezione tematica, lo splendido sarcofago d’oro intero di Thuya. Proveniente dalla Valle dei Re a Luxor, apparteneva alla nonna del celebre Akhenaton. È uno dei rarissimi sarcofagi completi giunti fino a noi. Al centro è inciso il nome, circondato da formule del Libro dei Morti. Le ali della dea Nut avvolgono e proteggono la defunta, mentre gli occhi in corniola e alabastro e la figura di Anubi, dio dei morti, completano la decorazione sacra.
I sarcofagi rimandano inoltre alla mummificazione, elemento principale del complesso rituale funebre egizio, volto a preservare il corpo, affinché il Ka e il Ba potessero riconoscerlo nell’aldilà. Le principali fasi erano la purificazione, l’estrazione degli organi (cervello e viscere venivano rimossi e conservati nei vasi canopi, tranne il cuore, sede dei sentimenti che veniva lasciato), la disidratazione: il corpo veniva ricoperto con natron per circa 40 giorni. Infine esso veniva trattato con resine e olii profumati avvolto in bende di lino.
Nei vasi canopi venivano posti altri quattro contenitori per custodire gli organi estratti durante la mummificazione: ognuno era sotto la protezione di uno dei Figli di Horus: Qebehsenuf, con testa di falco per l’intestino, Hapi, con testa di babbuino per i polmoni, Imsety, con testa umana per il fegato, Duamutef, con testa di sciacallo per lo stomaco
I vasi, come quello di alabastro in mostra, venivano deposti nella tomba, sotto la protezione di Iside e delle altre dee tutelari, per garantire al defunto l’integrità del corpo.
Un altro oggetto incredibilmente ben conservato e, come la maggior parte di quelli esposti, destinato a un uso funebre, è un letto con le estremità più alte in modo da mettere in evidenza i piedi e la testa, considerati parti fondamentali del corpo. Un magnifico versatoio d’oro sembra invece essere il primo oggetto d’uso lavorato artisticamente, con il manico a forma di uccello.
La statua dello scriba è uno dei rari esempi di rappresentazione più realistica e fisiognomica dell’arte egizia, ma la figura rimane stabile e composta, priva di movimento: diversamente dall’arte greca, quella degli egizi non mirava a rappresentare il dinamismo, ma l’ordine e l’eternità, principi fondamentali della loro visione del mondo.
Alcuni simboli si trovano ovunque, sui monili, sui sarcofagi in legno o in oro: anzitutto l’onnipresente scarabeo, che rimanda al dio Khepri, rappresentato come scarabeo stercorario o uomo con testa di scarabeo. Il suo nome deriva dal verbo kheper, “divenire” o “trasformarsi”: lo scarabeo che spinge la sfera di sterco rappresenta il sole che rinasce ogni giorno ed è dunque simbolo del divenire. L’Occhio di Horus è invece simbolo di protezione, salute e rinascita. Secondo il mito, l’occhio perduto di Horus durante la lotta con Seth fu guarito dal dio Thot. Per questo divenne amuleto di guarigione e ordine cosmico, utilizzato per allontanare il male e garantire equilibrio.
Sono presenti anche alcune stele funerarie che servivano a ricordare il defunto, riportando il suo nome e le sue imprese.
Anche dopo la conquista romana, l’Egitto mantenne una forte identità culturale, influenzando a sua volta l’arte e l’architettura romana.
La tomba di Alessandro Magno, di cui non conosciamo l’ubicazione, divenne meta di pellegrinaggio e fu progressivamente spogliata: l’imperatore Caligola ne portò via la statua, mentre Augusto riprese la forma circolare del sepolcro per il suo mausoleo a Roma.
Nell’ultima sala, Sara si è congedata da noi (e dalla nostra nostra ammirazione per la sua grande competenza e generosità) mostrandoci uno strano manufatto che da Alessandria ci riporta a Roma. Proviene infatti dall’Iseo Campense, in Campo Marzio, che occupava un’area situata a sud del Tempio di Adriano e separata dal Pantheon dai Saepta Iulia. Sappiamo che appartenne all’umanista Pietro Bembo e della quale si dice che fu recuperata da un fabbro dopo il Sacco di Roma del 1527…


































