Dopo qualche mese di interruzione, ieri abbiamo ripreso con Alberto Coppo le nostre passeggiate alla scoperta dei quartieri del primo dopoguerra a Roma. Il quartiere INA Casa a Valco San Paolo è interessante per molti motivi innanzitutto perché, progettato nel 1949 e portato a compimento nel 1952, è il primo intervento del piano di riqualificazione urbanistica, conosciuto anche come “piano Fanfani” che aveva il duplice scopo di affrontare l’emergenza abitativa e la disoccupazione scaturite dalla guerra appena terminata.
Il piano fu inizialmente concepito per una durata di sette anni e fu poi prolungato di altri sette, fino all’epoca del boom economico.
Abbiamo già avuto modo di visitare con Alberto altri quartieri sorti con l’ambizione di creare case non solo dignitose con prezzi adeguati per le classi meno abbienti, ma anche moderne, funzionali e concepite all’interno di in un organismo che prevedeva diversi punti di aggregazione sociale. Molti architetti, tra i migliori del tempo, lavorarono al piano tramite concorso pubblico: Mario De Renzi, e Saverio Muratori che ne coordinavano anche la realizzazione, e poi Eugenio Montuori, Mario Paniconi, Giulio Pediconi e Fernando Puccioni, gli stessi architetti che avevamo già incontrato al Tuscolano, al Tiburtino, a Torre Spaccata e che sperimentarono, qui per la prima volta, quanto si stava realizzando nel Nord Europa. Con l’aiuto di Alberto, abbiamo riconosciuto sia le ricorrenti tipologie architettoniche, sia le soluzioni adottate per i paramenti. Il quartiere non è grande rispetto a quelli ricordati, è un quadrilatero irregolare tra via Corinto, via Colossi, Via del Valco San Paolo, Viale Marconi, di mq 8.000, con 440 alloggi per 2.600 vani.
Con gli altri quartieri condivide il progetto iniziale di essere autosufficiente ma oggi risulta, oltre che deficitario di punti di aggregazione, fagocitato all’interno della città. Per conoscerlo bisogna letteralmente “volerci entrare” ed essere disposti ad osservare con attenzione. Così si scopre agevolmente che venne edificato con l’idea di dare ampio spazio alle aree verdi e agli ambienti di socialità: il viale alberato, che si apre dopo la cosiddetta “pensilina” di Via Corinto, che oggi contiene per lo più ambienti dalle serrande abbassate, pensato come punto di sosta e di socialità, è oggi mortificato da un parcheggio che rende impossibile pensarlo come zona verde.
Alberto ci ha condotti in una piazzetta dove è stato possibile avere una visuale a 360 gradi delle varie tipologie architettoniche e apprezzarne quindi i diversi aspetti: i classici edifici “in linea”, quelli più organici all’orografia detti “a dente di sega accoppiato” e “a grappolo”, per terminare con quelli decisamente più interessanti e più moderni: le quattro torri “stellari” costituite da tre alti bracci con pianta a stella, ciascuno orientato secondo gli assi viari più significativi del quartiere. Sicuramente per favorire l’insolazione, così come i balconi aggettanti e le tinte pastello degli edifici più bassi. Una varietà piacevole alla vista, che non sempre si ritrova negli altri agglomerati INA Casa e che crea fondali per spazi tranquilli, nonostante la nefasta tendenza ad appropriarsi di aree comuni, a erigere transenne e, in qualche caso, a porre filo spinato sopra le inferriate dei muri di confine…
Concluso il percorso – tipicamente ad anello, come Alberto ci ha abituati – e avendo presente cosa la speculazione successiva ha provocato, si percepiva una sorta di nostalgia per tutto quello che poteva essere e non è stato: una città mosaico con tasselli dialoganti fra loro, case dignitose, un polo industriale (qui a Ostiense) pienamente funzionante, servizi pubblici, scuole…
Conoscere, come sempre, è un po’ capire.






















