Purtroppo ci corre l’obbligo di iniziare il nostro piccolo reportage sulla visita alla Stazione Metro C Colosseo-Fori imperiali con una nota stonata nel peana generale delle istituzioni pubbliche, private e dei cittadini di Roma.
L’impresa straordinaria e le difficoltà inimmaginabili che essa ha comportato, il risultato finale e cioè il collegamento della periferia est con il centro di Roma, sono sotto gli occhi di qualsiasi persona e ancora di più lo sono la bellezza e l’efficacia dell’allestimento del museo che, oltretutto, al primo piano è gratuito e al piano inferiore è accessibile pagando il solo biglietto d’ingresso alla metro. Ecco, non si capisce proprio come, in questo sforzo titanico, che ha dato risultati eccelsi da tutti i punti di vista, non si sia pensato a un ascensore (o a un semplice montascale, magari a giorno, da affiancare all’imperiale e dorata mostra delle scale mobili) per rendere accessibile a disabili in carrozzina la quasi totalità dell’esposizione, quella al piano intermedio tra atrio e banchine. E se questo, per motivi tecnici, anche questi difficilmente immaginabili, non fosse stato possibile, sarebbe stato necessario un cartello per avvertire e impedire di andare ramenghi a cercare informazioni dagli addetti alla sicurezza e/o dell’information point, peraltro costernati come noi per questa incomprensibile e imperdonabile carenza.
Sara Millozzi, la nostra archeologa esperta di tecniche di scavo, oltreché naturalmente di tutto ciò che concerne la storia di Roma antica, arcaica, preistorica è stata bravissima nel tracciare il percorso necessario che collegasse tutti i ritrovamenti e gli oggetti esposti, sia provenienti da scavi, sia provenienti dai depositi. Tra tutti, la bellissima, morbida e autorevole testa di Medusa, di età adrianea, vera star del museo. È scenograficamente preceduta da teche con magnifici capitelli e affiancata da un notevole video con la linea del tempo e da piccoli diorami con la ricostruzione del tempio di Venere e Roma da cui verosimilmente proviene (anche quelli, molto ben fatti, non ad altezza di carrozzina o di bambino o bambina). E poi i tanti oggetti di uso quotidiano, i secchi in bronzo di elegante fattura che corredano la ricostruzione di alcuni dei tanti pozzi e di quanto, a seguito del loro prosciugamento, vi è stato gettato nel corso dei secoli. Il tema del pozzo è proprio il leit motiv di tutto il complesso museale e ingegneristico della stazione. Ben ventotto sono i pozzi venuti in luce a seguito della velocissima campagna di scavo che, tra 1931 e 1932, dopo un profondo taglio della collina della Velia, ha proceduto allo sbancamento della stessa per farvi passare via dei Fori imperiali. Ottenendo la perdita irreparabile del collegamento tra Palatino ed Esquilino ma con l’indubbio vantaggio di avere da palazzo Venezia la visione a cannocchiale del Colosseo, monumento in antico certamente magnifico ma “oscurato” dalla Velia, e poi dimenticato per lunghi secoli e ridotto a cava di marmo. Proprio il Colosseo divenne infatti il fulcro ispiratore del malinteso e funesto sogno fascista di un nuovo impero.
























