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Foto della Visita a Vivian Maier. The Exhibition – Museo del Genio – 18 Gennaio 2026

Dopo almeno sei tappe in diverse città, tra cui Siena, Padova, Bologna, la mostra “Vivian Maier. The exhibition” a cura di Anne Morin, giunge a Roma al Museo del Genio Militare, nato nel 1936 in concomitanza e in esaltazione della guerra in Etiopia, nefasto avvio dell’ancor più nefasto progetto imperiale del fascismo. Oggi l’edificio è rifunzionalizzato come sede di mostre temporanee come questa, dedicata alla fotografa americana, della quale quest’anno si celebra il centenario della nascita (1 febbraio 1926).

La sua vicenda è singolare e pone diversi interrogativi, sia umani, sia critici. In vita non pubblicò nulla. Nel 2007 un giovane studioso di Chicago, John Maalof, comprò a un’asta scatoloni pieni di negativi e rullini mai sviluppati. Erano gli scatti di una donna, di origine francese per parte di madre, nata a New York, che lavorava come governante. Una vita in gran parte sconosciuta anche ai suoi datori di lavoro, una personalità schiva e severa ma con grande capacità di relazione con i bambini.

Nel 1951, a seguito della vendita di una casa ereditata in Francia, comprò la sua prima Rolleiflex e la macchina divenne così quasi parte del suo corpo, diaframma e specchio allo stesso tempo. Con essa Vivian scatta un numero impressionante di foto, momenti di vita cittadina, attori diversi: bambine e bambini, signore agghindate, coppie, miserabili, sguardi a volte diretti e curiosi, altre volte distratti ed enigmatici, con un occhio attento alla composizione anche nella totale casualità. E poi un numero impressionante di autoritratti, se stessa come ombra, riflesso, silhouette, senza dubbio uno degli aspetti più interessanti della sua attività.

Maier era una bambinaia molto sui generis. Indossava larghi cappotti e camicie da uomo, quasi sempre un cappello di foggia maschile, la Rolleiflex sempre al collo, il sorriso raro. Con i bambini che assisteva aveva un rapporto facile ed esercitava presso di loro una notevole attrazione, meno facile essendo il rapporto con gli adulti, cui non si apriva mai, introversa e quasi ostile.

Secondo quanto Maalof è riuscito a ricostruire, questi tratti le derivavano da una non facile infanzia, con un padre violento e spostamenti (forzati?) tra l’America e la Francia e di nuovo l’America quando era molto piccola, assieme alla madre.

Oltre alle foto, la mostra presenta anche alcuni suoi video amatoriali: brevi riprese senza particolari artifici di montaggio, semplici osservazioni della vita urbana e familiare.

Nel 2009, quando Maier morì, già da due anni gli scatoloni con tutti i suoi scatti erano stati messi all’asta perché non era stata più in grado di pagare il magazzino preso in affitto per conservarli. Fu in quell’asta che Maalof li individuò e iniziò un lavoro di ricostruzione non solo dell’opera ma anche della vita di questa donna che – se il termine “artista” è in questione perché le sue foto non furono mai l’espressione di una volontà artistica in senso stretto – è stata una grandissima fotografa.

Grazie a Matteo Piccioni per averci, con delicatezza e competenza, pian piano svelato questa donna mistreriosa e affascinante.

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