Emanuele Gallotta ci ha offerto una nuova, interessantissima “puntata” sulle abbazie cistercensi. Dopo quelle del basso Lazio (Fossanova e Casamari) e di Roma (Tre Fontane), abbiamo visitato con lui San Martino al Cimino, un borgo che ha il suo fulcro nella chiesa abbaziale che lo domina.
Quando, a metà Seicento, quello che era un piccolo nucleo abitato divenne sede di un principato creato ad hoc, il suo volto cambiò radicalmente, assumendo quello che vediamo ancora oggi.
Ma la storia di San Martino inizia molto prima, nel IX secolo, quando è documentata una chiesa dedicata al santo di Tours, sede di un cenobio benedettino fino all’inizio del XII secolo. In quel momento i monaci vennero sostituiti, per volontà del papa, da monaci cistercensi provenienti da un cenobio dell’alta Savoia. La loro permanenza durò poco: vennero infatti sostituiti da un altro papa, il potente Innocenzo III, e per motivi politici, da una nuova comunità sempre cistercense francese, quella di Pontigny.
Lo stesso papa elevò la chiesa ad abbazia nel 1207 e, a partire da allora, iniziarono i lavori di trasformazione dell’edificio nelle forme gotico-cistercensi che lo caratterizzano nella facciata e nell’interno della chiesa. Motivo caratteristico è la polifora “rayonnante”, con due trifore inscritte in una grande apertura a sesto acuto, probabilmente in sostituzione di un rosone precedente.
La facciata è inoltre caratterizzata dalle due grandi torri campanarie, ricostruite a metà Seicento. Il complesso cadde infatti in rovina per lunghi decenni ed ebbe un periodo di ripresa quando abate commendatario ne fu Francesco Piccolomini, nipote di Pio II, il quale mise mano al palazzo residenziale che vediamo a sinistra e ricavò una cappella in una parte del chiostro diruto.
La storia del borgo ebbe però una svolta solo nel 1645, quando papa Innocenzo X Pamphilj, forse per ripagare sua cognata Olimpia Maidalchini di essersi notevolmente spesa per la sua elezione, le concesse il titolo di principessa di San Martino, che divenne perciò sede di principato. Iniziarono allora, con un’impennata a ridosso del Giubileo del 1650, ingenti lavori di adattamento dell’abitato già esistente, fino a fargli assumere una forma significativa e molto connotata: quella di un circo, impressa nell’immaginario pamphiliano dal luogo deputato del loro potere, piazza Navona, il circo agonale su cui si affacciava a Roma il loro palazzo.
Sorsero così le caratteristiche case a schiera (è molto consolante, oggi, vederle abitate e vissute), la messa in asse di due porte, la Cimina e la Viterbese, la sopraelevazione del palazzo residenziale e il restauro della chiesa abbaziale, con l’aggiunta delle due torri menzionate, costruite in un curioso stile neo-romanico/gotico.
Il regista di questa complessa e originale operazione, che si conclude nel retro della chiesa con una zona detta “teatro”, fu l’architetto Marcantonio de’ Rossi, con un importante contributo di Francesco Borromini e anche, sembra, di Gian Lorenzo Bernini. Immancabili i consigli, e i disegni, del consigliere Virgilio Spada.
L’interno della chiesa è di grande fascino, ed Emanuele ci ha mostrato come nella “pelle” dell’edificio si possano leggere le mutazioni, i cambi di passo, le modifiche strutturali che la fabbrica ha subito tra XIII e XIV secolo, nonché le variazioni rispetto alle altre abbazie, soprattutto nella zona dell’abside, che qui è poligonale sia all’interno sia all’esterno. E gli elementi comuni, come le porte differenziate per i conversi e per i monaci per l’accesso dalla chiesa agli edifici conventuali, di cui oggi non rimane quasi nulla.
A parte l’apposizione di organi, panche e poco altro, l’interno della chiesa è quasi intatto. Tanto più sorprendente e isolata appare un’opera eccelsa di Mattia Preti, conservata in una cappella a destra del coro: uno stendardo processionale che da un lato rappresenta il santo titolare, dall’altro un commovente Cristo eucaristico.
Il bellissimo racconto di Emanuele ha tenuto insieme tutto ciò, compreso quello che in questo breve resoconto non può trovare spazio, mostrando una volta di più come le ragioni dell’architettura possano essere il filo che lega la storia delle persone e quella degli spazi che abitano.


























