Abbiamo visitato la casa Museo Boncompagni Ludovisi, accompagnati da Matteo Piccioni, guida per noi ormai insostituibile quando si tratta di orientarsi tra i fenomeni culturali a cavallo tra Otto e Novecento e nel complesso panorama tra le due guerre mondiali.
Il museo nasce nel 1995, ma la casa era stata donata allo Stato dalla principessa Alice Blanceflor Boncompagni Ludovisi alla sua morte nel 1972, in base al lascito testamentario disposto nel 1970.
La storia dell’edificio, costruito tra il 1901 e il 1903 da Giovan Battista Giovenale, è però legata a un destino più ampio e piuttosto tormentato: quello dei resti sparsi e ormai non più ricomponibili di una delle più magnifiche ville della Roma moderna, la Villa Ludovisi.
Questa straordinaria residenza aristocratica venne irrimediabilmente sacrificata alla fine dell’Ottocento per la costruzione dei quartieri Sallustiano e Ludovisi, uno degli scempi più grandi subiti da Roma dopo che la città divenne capitale. In quegli anni, sciaguratamente, molti nobili ormai in difficoltà economiche pensarono di lucrare sulla crescente febbre edilizia: forse ne ricavarono qualcosa, ma la perdita per la città fu incalcolabile. Quello che resta oggi di autentico è solo il celebre Casino dell’Aurora Ludovisi, mentre la Casa Boncompagni Ludovisi si presenta come una labile traccia di quel mondo perduto, del quale conserva ormai soltanto il nome.
Alla morte del principe Andrea Boncompagni Ludovisi nel 1948, questo edificio passò in eredità alla moglie Alice Blanceflor de Bildt, insieme ai titoli statunitensi che erano giunti al principe in seguito allo scioglimento di un precedente matrimonio.
Andrea, infatti, nonostante avesse già iniziato una relazione con Alice Blanceflor, era stato “costretto” a sposare Margaret Preston Draper, una ricca ereditiera americana (le casse dei Ludovisi erano da tempo piuttosto asciutte…). Il matrimonio, però, non diede figli e una clausola stabiliva che, dopo dieci anni senza eredi, potesse essere sciolto. In cambio dei titoli, Margaret Preston continuò comunque a fregiarsi del titolo di principessa.
La Blanceflor, donna intelligente e colta, con un vivo interesse per la ricerca scientifica, ci accoglie ancora oggi con il suo splendido ritratto a figura intera nella prima sala. L’ambiente è magnificamente dipinto “all’antica”, con vedute di paesaggio che però — riproducendo i viali della perduta Villa — finiscono inevitabilmente per accrescere la nostalgia per ciò che non esiste più.
Nel tempo il museo ha avuto diverse destinazioni d’uso. Inizialmente fu affidato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, mentre oggi porta la denominazione di Museo delle Arti Decorative. Una definizione che si addice alle caratteristiche dell’edificio, ma non del tutto ideale per l’esposizione degli oggetti, data la dimensione piuttosto raccolta delle sale.
La collezione è comunque pregevolissima: dipinti, oggetti d’uso quotidiano, arredi e manufatti che offrono un panorama molto ricco delle arti decorative in Italia, soprattutto negli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale (con una bellissima sala dedicata a Duilio Cambellotti e al suo ambiente) e negli anni Trenta, rappresentati da straordinari arredi e oggetti del modernismo (che non coincide affatto solo con il futurismo).
Negli ultimi anni si è scelto inoltre di dedicare alcune sale a Palma Bucarelli. La collezione di abiti esposta — non necessariamente firmata da grandi stilisti, ma pensata e realizzata per la sua figura — è davvero preziosa. Colpisce però un po’ la mancanza di un approfondimento più ampio sulla sua personalità di intellettuale di primo piano: basterebbero forse qualche pannello, qualche bacheca, qualche video in più.
Sarebbe stato particolarmente opportuno, anche perché il museo conserva ancora un forte legame con la GNAM, di cui Bucarelli fu la straordinaria direttrice e alla quale seppe far compiere quel salto di qualità che la trasformò nel museo di arte contemporanea che — al di là delle polemiche più recenti — indubbiamente resta ancora oggi.
In conclusione, grande apprezzamento per la guida sempre gentile e approfondita di Matteo, che come sempre ha il pregio non solo di illustrare un luogo d’arte, ma anche di sgomberare il campo dagli stereotipi, costringendoci alla benedetta fatica del distinguere, dell’analizzare, del confrontare.



































