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Foto della Visita alla Roma Industriale – 21 Marzo 2026

Nel primo giorno di primavera ci siamo dati appuntamento con Alberto Coppo al Portale Ostiense, in via del Porto Fluviale, per una visita agli edifici e alle strutture costruiti tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento: decenni in cui la capitale ha vissuto un momento decisivo di trasformazione, con la nascita (o almeno il tentativo di nascita) di un vero polo industriale.

L’area dell’Ostiense–Porto Fluviale è uno dei luoghi in cui questa storia è ancora leggibile, anche se negli ultimi anni è stata oggetto di continue riqualificazioni, non sempre felici.

Gli sportelli di un pannello metallico all’esterno del Portale Ostiense sono diventati un’improvvisata bacheca su cui Alberto ha appeso grandi fogli con la mappa della zona. Punto per punto, circoletto per circoletto, ci ha dato le coordinate cronologiche e topografiche della vicenda costruttiva. “Altrimenti ci perdiamo”: ed è vero.

Si parte dagli ultimi anni della Roma papalina, con Pio IX e il suo deciso intervento per la realizzazione della rete ferroviaria, premessa infrastrutturale imprescindibile per lo sviluppo del commercio e dell’industria. Due le linee principali: verso Velletri e verso Civitavecchia, con le rispettive stazioni di Porta Maggiore e Portuense, inaugurate nel 1856 e nel 1859. Fondamentale anche il collegamento costituito dal Ponte di Ferro, inaugurato nel 1863.

Dopo l’Unità d’Italia, le giunte comunali concepiscono l’idea di creare un nucleo industriale moderno, per dare a Roma il profilo di una capitale europea al passo con i tempi. Qui, lungo il Tevere – che torna a essere una vera via di comunicazione – in una zona allora quasi priva di abitazioni, si concentrano infrastrutture, fabbriche, magazzini e servizi legati alla produzione e alla distribuzione delle merci.

Nel 1910 entra in funzione il primo gasometro, gestito da una società inglese che importava anche il carbone. Il 1912 è un anno cruciale: nascono i Magazzini Generali, la Centrale Termoelettrica Montemartini, il Consorzio Agrario Cooperativo e vengono realizzate le banchine del porto fluviale. A seguire: nel 1917 l’istituzione della Reale Dogana, nel 1922 l’apertura dei Mercati Generali, cuore della distribuzione alimentare cittadina.

Parallelamente, per ospitare gli operai impiegati in queste nuove strutture, vengono costruiti i quartieri popolari di San Saba e Testaccio, esempi significativi di urbanistica sociale del primo Novecento.

Un nome che ricorre spesso è quello di Tullio Pascarelli, ingegnere-architetto dei Magazzini Generali e del Consorzio Agrario, edificio poi riconvertito da Bruno Moauro, di cui resta oggi la sola facciata e da cui è iniziata la nostra passeggiata.

L’emergenza principale resta naturalmente il Gasometro. Lo scheletro metallico di fine anni Trenta è diventato un vero landmark urbano, simbolo riconoscibile della stagione industriale della città. Non è più in funzione, ma continua a dominare il paesaggio come un monumento contemporaneo.

I Magazzini Generali sono costituiti da quattro edifici allineati, con paramento in blocchetti di tufo. Ogni coppia presenta al centro un vuoto occupato, in alto, da una struttura metallica che fuoriesce, attraversa la strada e si protende verso il fiume. Queste “braccia”, oggi monche, servivano a caricare le merci dalle navi attraccate nel porto fluviale sottostante, di cui restano le banchine, ormai ridotte a pochi scalini malconci.

Attraversato il ponte pedonale della Scienza (molto frequentato anche di sabato mattina), abbiamo potuto osservare come la riconversione dell’area proceda a singhiozzo: accanto a edifici riqualificati o parzialmente recuperati, si incontrano ancora scheletri inquietanti, come quello dell’ex Deposito del grano. Già riconvertito in Città del Gusto, oggi è tristemente in attesa che si sblocchi la lunga vicenda giudiziaria seguita al suo sequestro.

Sulla banchina destra, raggiunta attraversando il ponte, sorgeva il grande stabilimento della Mira Lanza, produttrice di candele steariche e saponi. La società Mira si stabilì qui nel 1918, dove prima si trovava la Colle e Concimi, sfruttando la vicinanza del Mattatoio per l’approvvigionamento di scarti animali. Nel 1924 si fuse con la Lanza, di origine torinese.

Parte degli edifici è stata riutilizzata come sede del Teatro India; un’altra parte resta invece come un’enclave di ruderi immersi in un affascinante “terzo paesaggio” di arbusti e, in questa stagione, di fioriture spontanee, territorio ideale per passeggiate di silenziosi gatti randagi. È notizia di pochi giorni fa che l’area sarà assegnata all’Università Roma Tre, aggiungendosi così ai numerosi edifici già di pertinenza dell’ateneo tra Ostiense e Marconi.

Tornando verso il ponte San Francesco d’Assisi (o ponte dell’Industria, ma per i romani sempre e comunque “Ponte di Ferro”), ci siamo soffermati davanti al Mulino Biondi, costruzione dei primi del Novecento che richiama modelli nord-europei, come molte delle architetture incontrate lungo il percorso. Qui Moauro ha mantenuto quasi intatta la struttura, che oggi ospita, al piano inferiore un tempo adibito a magazzini, una serie di locali: ieri mattina particolarmente animati dai runner della stracittadina.

Insomma, un’altra visita estremamente istruttiva, rassicurante nel suo andamento “ad anello”, memoria di analoghe e altrettanto piacevoli passeggiate, con il grande merito di ricucire, nel racconto storico e architettonico, le membra disiecta di un passato altrimenti difficile da leggere.

Alberto ci ha salutati ricordando come la sua collaborazione con l’associazione sia nata intorno al tema delle borgate romane. In un video (https://www.youtube.com/watch?v=H1Xbe3VZOiw&t=214s) racconta come queste abbiano un punto di inizio preciso, simbolico prima ancora che operativo: le nozze di Umberto di Savoia e Maria José del Belgio, all’inizio del 1930. Per non offendere la vista dei parenti della sposa, in arrivo a Roma dal nord in treno, furono demolite le baracche lungo la ferrovia in zona Portuense, rendendo necessario costruire nuove abitazioni popolari. E la pratica, come sappiamo, non si fermò lì.

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