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Foto della Visita alla Mostra “La Grecia a Roma” – Musei Capitolini – 28 Marzo 2026

Un rapporto, quello tra Grecia e Roma, molto studiato, di cui molto si sa, ma che non smette di interrogarci sull’arte, sulle sue forme, sulle sue funzioni. Sara Millozzi è stata come sempre illuminante nel sottolineare alcuni snodi fondamentali del lungo e complesso processo oggetto della mostra “La Grecia a Roma”, articolata in cinque sezioni. Anzitutto, ben prima della distruzione di Corinto nel 146 a.C. (significativamente lo stesso anno di quella di Cartagine ), e ben prima delle guerre macedoniche che iniziarono un cinquantennio prima di quella data, esistevano scambi tra Roma e Grecia nel Mediterraneo. Almeno dall’epoca della fondazione dell’Urbe, come dimostrano i tanti frammenti ceramici ritrovati in quella zona di staordinario interesse che è l’area sacra di S. Omobono, ai piedi del Campidoglio, in cui si trovano peraltro importanti resti di templi che datano dall’età del re Tarquinio Prisco, etrusco sì, ma che non a caso aveva un padre di Corinto, Demarato (se qualcuno pensa ancora alla storia in termini di cesure e di sostituzioni di popoli rischia di non orientarsi…). I templi etruschi avevano rilievi in terracotta, materiale che dobbiamo immaginare come il più comune per decorare edifici fatti principalmente di legno. Più tardi, tra II e I secolo a.C., all’epoca della conquista della Grecia, i Romani vedono i templi costruiti in marmo. Depredano, imitano: inizia la stagione dell’osmosi. Ma è osmosi nel segno della rifunzionalizzazione, pratica in cui i romani eccellevano. Non solo su scala monumentale: ad esempio la pittura greca, di cui purtroppo non abbiamo resti, la vediamo riproposta sulle pareti delle ricche domus romane in quei piccoli quadri (pynakes) “appesi” all’interno di una decorazione più grande. Abbellimenti accessori laddove in origine le tavolette dipinte erano piccole offerte votive o comunque a carattere sacro.

Tra la fine del III secolo e il II a.C., soprattutto a partire dalla conquista di Siracusa da parte di Marco Claudio Marcello nel 211 a.C., seguita da un saccheggio rimasto leggendario, iniziano le spoliazioni su larga scala e un enorme numero di manufatti, principalmente in bronzo, accompagnano i carri dei trionfi. È il momento in cui comincia la vera e propria svolta culturale nel senso dell’ammirazione e dell’emulazione. La città, nei suoi luoghi pubblici e privati, grazie alle opere greche predate, diviene sempre più splendida: è il momento dell’oraziano “Graecia capta ferum victorem cepit” .

Al tempio cosiddetto di Apollo Sosiano (Apollo Medico, dedicato da Gaio Sosio nel 34 a.C.) è dedicata una sala centrale della mostra, con una videoproiezione che offre una ricostruzione ipotetica dell’interno del tempio, che dovette essere magnifico. Le splendide statue frontonali databili al V secolo a.C provengono dal tempio di Apollo dafneforo a Eretria, in Eubea, e mostrano il combattimento di Teseo ed Eracle contro le Amazzoni. Ma i templi greci avevano due frontoni, i romani ne avevano uno, ereditato dal tempio tuscanico. L’altro frontone euboico conteneva un mito crudele: quello dell’uccisione da parte di Apollo e Artemide dei figli dell’audace Niobe che aveva osato vantarsi della sua prole rispetto a Latona. Dove sono finite le statue? se le accaparrò un privato di tutto rispetto: Sallustio. In mostra, proveniente dai suo Horti, c’è una splendida niobide ferita, di una fattura simile a quella delle metope fidiache del Partenone.

Una gruppo che abbiamo ammirato particolarmente – e che è un altro esempio della rifunzionalizzazione degli originali greci – è quello dell’Ephedrismòs. Due fanciulle, una sul dorso dell’altra, dai chitoni leggeri e mossi e dai corpi vibranti, hanno appena giocato a colpire con una palla una pietra infissa nel terreno: la sconfitta porta sulle spalle la vincitrice che copre gli occhi della vinta fino a quando quest’ultima non abbia raggiunto la pietra. Ebbene, da un tempio di Tagea, forse acroterio di un frontone, questo gruppo del IV secolo a.C. giunge a Roma e diviene pezzo di arredamento a mostrare ricchezza e cultura in una domus dell’Esquilino.

L’ultima sala mostra l’attività varia di diversi artisti greci ormai stabilitisi nell’Urbe: oggetti esteticamente altissimi (il corno potorio a forma di ariete, il grande candelabro con menadi, il gigantesco rython..) in cui la rielaborazione dei modelli greci è ormai declinata secondo il gusto romano. Il mondo mitico e religioso che permeava la cultura più antica non lo si vede più in questi oggetti bellissimi e molto funzionali ma, si potrebbe dire, senz’anima.

Tutto ciò e – come sempre – molto altro nell’avvincente racconto di Sara Millozzi, che ringraziamo moltissimo.

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