| Visite guidate

Foto della Visita alla Basilica di San Sisto Vecchio – 11 Aprile 2026

Quando il cancello del monastero di San Sisto Vecchio si è aperto per la nostra associazione, la prima scena che ci ha accolto è stata quella di alcune suore, forse novizie, immerse nel lavoro tra vasi, terra e fiori. Nel cortile spicca peraltro un magnifico arancio amaro, probabilmente “parente” di quelli dell’Aventino, custode silenzioso di una storia antica.

A raccontarcela è stata suor Giuseppina, che aveva il compito di accompagnarci nel percorso: quell’albero rappresenta il legame profondo tra i luoghi domenicani di Roma, tra San Sisto e Santa Sabina, segnati dalla presenza di Domenico di Guzmán negli ultimi anni della sua vita. Proprio qui a San Sisto si sarebbe compiuto uno dei miracoli più significativi: la distribuzione del pane da parte degli angeli per sfamare i confratelli.

Il refettorio dove questo episodio è ambientato esiste ancora, intatto nella sua eleganza essenziale: tovaglie bianchissime, bicchieri trasparenti.

La visita, guidata da Rossella Faraglia, ci ha condotto attraverso le molte vite di questo luogo: nato come titulus alla fine del IV secolo, ampliato fino alle dimensioni tipiche delle basiliche paleocristiane a tre navate nel V, ridimensionato a una sola navata da Innocenzo III e rialzato di circa tre metri e mezzo. Sotto Onorio III fu affidato a Domenico per riunire le comunità monastiche femminili, tra cui quella della vicina Santa Maria in Tempulo: un’impresa tutt’altro che semplice, tra resistenze e interessi familiari.

Da lì proviene anche la celebre acheropita Madonna di San Sisto, oggi conservata nel monastero della Madonna del Rosario a Monte Mario.

La storia del complesso è strettamente legata all’acqua della valle delle Camene e alla Marana (Acqua Mariana), fatta convogliare qui nel 1122: una risorsa preziosa, dato che alimentava numerosi mulini, ma anche causa di allagamenti e malaria, che portò infine le monache a trasferirsi sul Quirinale, nel monastero dei Ss. Sisto e Domenico.

Nel Settecento fu Benedetto XIII, papa domenicano, a ridare forma al complesso, affidando i lavori a Filippo Raguzzini, che gli diede l’aspetto che tuttora vediamo, con i paramenti murari intonacati e le bizzarrie contenute delle finestre a quadrifoglio.

Suor Giuseppina è ancora “arrabbiata” con Napoleone Bonaparte, che nel refettorio mise le scuderie e nella sala capitolare la biada. Il complesso ha poi subito le vicissitudini della liquidazione dei beni ecclesiastici sul finire dell’Ottocento, finché una monaca, suor Maria Antonia Lalia, di origine siciliana e pertanto conterranea di suor Giuseppina – di ciò orgogliosa – non fondò una nuova congregazione di suore domenicane missionarie. Il monastero è ancora vivo: oggi ospita una comunità di circa cinquanta religiose.

Tra le testimonianze più affascinanti restano gli affreschi medievali a tema domenicano, in particolare quelli dedicati a Caterina da Siena, visibili in un’intercapedine tra l’antica abside e quella successiva, più ridotta: immagini che raccontano non solo la spiritualità domenicana, ma anche storie di devozione, generosità e identità familiare nella Roma medievale.

In conclusione, una visita in un luogo appartato e prezioso, dove il silenzio (quasi) resiste al traffico moderno e dove le storie – grandi e piccole – continuano a vivere. Un grazie speciale alla coinvolgente suor Giuseppina, che ha reso tutto questo ancora più vivo.

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