“Huomo raro, ingegno sublime, e nato per disposizione divina, e per gloria di Roma a portar luce al secolo”. Così Urbano VIII definiva pubblicamente Gian Lorenzo Bernini, e non in un momento qualunque ma all’indomani della violenza che l’artista fece infliggere, per mano di un servo, alla sua amante Costanza Bonarelli, che lo aveva tradito con suo fratello Luigi. Il papa non solo lo protesse, ma rilanciò il suo favore, imponendo però una condizione: il matrimonio. Così Bernini sposò Caterina Tezio, considerata tra le più belle donne di Roma, da cui ebbe undici figli.
Questa premessa non è un semplice aneddoto, ma una chiave di lettura: ci parla di un uomo contraddittorio, violento e geniale, capace di incarnare come pochi altri la complessità del momento storico in cui si è trovato a vivere. Scultore eccelso, architetto visionario, ma anche pittore, scenografo, regista e attore: Bernini è un artista totale e ogni mostra che lo riguarda può solo tentare di isolare, senza esaurirli, alcuni aspetti del suo straordinario e multiforme talento.
La mostra visitata venerdì, guidati da Rossella Faraglia, si svolge nel Palazzo Barberini, oggi sede della Galleria Nazionale d’Arte Antica, e nasce nel contesto delle celebrazioni per i quattrocento anni dalla consacrazione della nuova Basilica di San Pietro. Il fulcro dell’esposizione è il rapporto tra Bernini e la famiglia Barberini: un legame che è insieme artistico, politico e profondamente umano.
Certo, non si può spostare il baldacchino di San Pietro dentro una sala espositiva, né comprimere l’architettura monumentale in una mostra. Ma attraverso disegni, bozzetti e un apparato didattico finalmente all’altezza, i curatori riescono a restituire l’enormità del lavoro compiuto tra il 1624 e il 1633. Emblematica, ad esempio, la piccola terracotta del San Longino: un modello tecnico, inciso nei punti dove il marmo sarebbe stato tagliato, che rende visibile il processo creativo su scala colossale.
Accanto a questo, emerge il dialogo tra Bernini e Francesco Borromini durante la fase progettuale per Palazzo Barberini, prima della rottura tra i due protagonisti del Barocco: da una parte i disegni audaci e quasi inquieti di Gian Lorenzo, dall’altra la precisione raffinata dei dettagli architettonici di Borromini.
Ma il cuore pulsante della mostra è forse nella sequenza dei busti-ritratto. Qui Bernini non si limita a rappresentare: inventa un linguaggio. Introduce nella scultura l’istante vivo, quasi fotografico, e risponde a una domanda sociale precisa: fissare nel marmo la memoria del potere e la saldezza dei legami familiari. E così, accanto all’immancabile presenza di Urbano VIII (Maffeo Barberini), si dispiega una vera genealogia visiva della famiglia e delle persone che intorno a essa “sciamavano”, le celebri “apes barberinae”, ritratte sia da Bernini che da artisti famosi ed eccellenti che si inserirono nella scia di busti ritratto. Indimenticabile, ad esempio, l’austero Antonio Santacroce di Alessandro Algardi e lo scapigliato Michelangelo Buonarroti il giovane di Giuliano Finelli.
Due momenti della mostra colpiscono però in modo particolare. All’inizio, il confronto tra Pietro Bernini e il figlio: il San Lorenzo degli Uffizi e il San Sebastiano della collezione Thyssen segnano, già a metà del secondo decennio del secolo, quando Gian Lorenzo ha appena 17-18 anni, un salto qualitativo vertiginoso. Quel passaggio avviene sull’esempio di Michelangelo Buonarroti, ma è già carico di una nuova intensità emotiva: Bernini è pienamente se stesso.
Alla fine, invece, si apre lo spazio della libertà. Qui troviamo opere meno celebrative, più intime, tra cui due capolavori. Il ritratto di Thomas Baker (oscuro dignitario inglese) è quasi un gesto di disobbedienza: Bernini lo realizza nonostante le pressioni del papa, impegnato com’era nel politicamente cruciale ritratto di Carlo I. Eppure, proprio in questo volto “minore”, l’artista raggiunge vertici di virtuosismo, in dialogo (e competizione) con il suo straordinario allievo Giuliano Finelli.
Accanto, il ritratto di Costanza Bonarelli: spettinata, in abiti quotidiani, lontana da ogni ufficialità. Eppure trattata con la stessa dignità dei papi e dei cardinali. È un’immagine privata che diventa universale, intima e insieme monumentale.
Come sottolinea Tomaso Montanari, l’obiettivo ultimo di Bernini – condiviso, pur con modalità diverse, da altri artisti del suo tempo – è affermare la sovranità dell’artista sulla propria arte. E forse è proprio in questi ritratti, liberi da funzione e gerarchia, che questa sovranità si manifesta con più forza: quando l’arte smette di servire il potere e inizia, finalmente, a rispondere solo a se stessa.






























