In via delle Coppelle, a pochi passi da piazza Navona e dal Pantheon sorge Palazzo Baldassini, meta della nostra visita di ieri mattina. Piccolo e raffinato palazzo rinascimentale è una delle prime opere di Antonio da Sangallo il Giovane che ne avviò la costruzione intorno al 1515.
Una presenza discreta davanti alla quale si passa inconsapevoli della grazia che si cela all’interno.
Il committente, Melchiorre Baldassini, era un giurista di origini napoletane, che iniziò una prestigiosa carriera sotto Giulio II come avvocato del V concilio lateranense, e che il successore Leone X volle tra i primi professori della rinnovata Università la Sapienza. Con il papa Medici condivise, per gusto e opportunità politica, le scelte culturali. Tutto nel palazzo ci parla della congiuntura artistica che si sviluppò durante il pontificato di Leone X, e che vide l’ascesa inarrestabile dell’astro di Raffaello, nominato architetto di San Pietro e attivo con la sua scuola in tutte le principali imprese artistiche.
Dal cortile all’atrio, dal vestibolo alla loggia, si percepisce chiaramente il respiro classico di questa dimora che – a fatica, visto il traffico attuale che gli gira intorno – dobbiamo immaginare silenziosa e anche molto verde. C’era infatti un viridario, un piccolo giardino interno, affacciato sul cortile, in asse con l’ingresso, uno dei molti elementi scomparsi per gli infelici interventi occorsi tra ‘800 e ‘900 e che Federica ci ha aiutato a rievocare.
Nulla rimane della decorazione che dovette essere nel cortile, che pure reca ancora intatto il fregio a metope e triglifi, con i simboli personali e di appartenenza politica di Baldassini. Uno spicca tra tutti, il ritratto di Annone, il celebre elefante albino donato a Leone X dal re del Portogallo, che a Roma si ammalò, pare a causa del caldo umido, e morì…
Accanto al cortile si trova una saletta dalle eleganti volte rette da capitelli altrettanto eleganti che richiamano da vicino quelli del Chiostro del Bramante. Qui è visibile anche la struttura dell’antico camino, testimonianza della vita quotidiana del palazzo.
Dalla loggia affacciata sul cortile, dove il padrone di casa poteva osservare la vita dell’edificio e introdurre gli ospiti, si accede al salone grande, l’ambiente rappresentativo della dimora decorato da Perin del Vaga che, alla morte di Raffaello, fu a capo dei principali cantieri decorativi.
Di questi affreschi, di cui rimane pochissimo, ci dà testimonianza Giorgio Vasari che nelle “Vite” dice che Perino dipinse una serie di filosofi entro nicchie, separati da pilastri dipinti, e figure femminili in monocromo. Evocando le virtù dell’antichità greca e romana, il ciclo riflette perfettamente il clima culturale di primo Cinquecento.
Accanto al salone si trova una sala più piccola, la sala del consiglio. Oggi restano, nella parte alta delle pareti, alcune enigmatiche (e poco studiate) scene legate alla Roma repubblicana di difficile interpretazione. Forse alcune sono riferibili alle guerre puniche.
Un ambiente interessante ma purtroppo molto manomesso è quello della “stufetta” ovvero la sala da bagno con piccoli affreschi a tema acquatico che dovettero essere pregevoli ma che oggi sono gravemente lacunosi.
Una volta ridiscesi, e dopo aver attraversato sale che custodiscono l’ingente patrimonio archivistico dell’Istituto Don Sturzo che dal 1950 possiede il palazzo, aperta una porta, ci siamo trovati nel luogo più prezioso: una stanza con un grande soffitto voltato e affrescato da Giovanni da Udine, l’allievo di Raffaello specialista di festoni e di grottesche. Su un fondo bianco l’estro del pittore, sostenuto da una vasta cultura antiquaria, produsse dipinti di animali, figure mitologiche, motivi vegetali ed elementi ornamentali i più vari, in un inesauribile repertorio che sappiamo appartenere a una moda culturale condivisa e diffusa ma che qui, senza dubbio, raggiunge un vertice non eguagliabile.



























