Le mostre allestite nella suggestiva cornice di Palazzo Bonaparte hanno il pregio di offrire l’occasione per analizzare a fondo artisti e artiste di cui spesso si ha una conoscenza parziale e superficiale. È questo il caso della mostra che abbiamo visitato accompagnati da Federica Di Folco e dedicata ad Alphonse Mucha, artista noto per la sua straordinaria produzione di manifesti in stile “Art Nouveau” (etichetta che in realtà non ha mai usato e nella quale non si è mai riconosciuto) ma forse meno famoso come pittore animato da interessi filosofici, spirituali e nazionalistici.
La mostra comincia in medias res, catapultandoci a Parigi nella fatidica data del 26 dicembre 1894, quando Mucha riceve la telefonata che gli cambierà la vita e gli garantirà un contratto quinquennale con la divina Sarah Bernhardt.
Da quel momento in poi la sua carriera sarà un crescendo rossiniano, costellata di commissioni che lo renderanno “the world’s greatest decorative artist” (“il più grande artista decorativo al mondo”, come scrisse il N.Y. Sunday News all’arrivo dell’artista in America): pannelli decorativi, importanti commissioni per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, poster e manifesti, progetti per gioielli; Mucha sembra un Re Mida dei tempi moderni, capace di trasformare in oro puro ogni cosa che venga sponsorizzata, celebrata, rappresentata attraverso la sua arte.
Ma accanto a quest’anima “decorativa” si palesa il suo forte bisogno, legato all’adesione agli ideali massonici, di dare un contributo significativo al miglioramento della società e per la creazione di un’identità slava: due ampie sezioni sono dedicate a questo aspetto particolare della carriera di Mucha, con l’esposizione della pubblicazione “Le Pater” e degli studi per il ciclo di dipinti monumentali dell’Epopea Slava.
La mostra è arricchita anche da una sezione tematica relativa ad una riflessione (forse un po’ generica e non ben strutturata) sul concetto di bellezza e su come esso da abbia sempre ispirato gli artisti di ogni tempo e provenienza: accanto ai manifesti di Mucha ecco dunque stagliarsi la silhouette sinuosa e quasi ipnotica della Venere di Botticelli nella versione conservata alla Galleria Sabauda di Torino.
La mostra si conclude con i celebri pannelli decorativi dedicati da Mucha al tema delle Quattro Stagioni, che rappresentano al meglio l’artista che fu davvero simbolo di un’intera stagione, quella della Belle Époque, in cui la bellezza raffinata dei suoi manifesti sembrava accompagnare quell’ingenua speranza per un futuro radioso che presto dovette scontrarsi con la dura realtà della guerra.




















