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Gli dèi dell’Olimpo VII / Apollo

Una delle definizioni preferite degli enigmisti è la seguente: “Dotato di grazia perfetta, armonioso”, verticale o orizzontale che sia le lettere sono nove: APOLLINEO.

Il dio Apollo rappresenta la bellezza e la perfezione della gioventù, una bellezza e una perfezione che lo rendono – come diceva Walter Otto – il più greco degli dèi.

Apollo del Belvedere, II secolo d.C., Roma, Musei Vaticani

Tuttavia, “bello” o “perfetto” non sarebbero sicuramente stati aggettivi che avrebbe usato il povero Marsia per descriverlo… d’altronde si sa, bellezza e crudeltà vanno spesso insieme (ce lo insegna la matrigna di Biancaneve) e non a caso Apollo, oltre ad essere il più bello, è anche il più crudele tra gli dèi: se con una mano porta la cetra, simbolo della sua assoluta padronanza della musica, nell’altra impugna l’arco d’argento, con le cui frecce uccide senza pietà quelli che hanno l’ardire di sfidarlo.

Tiziano, La punizione di Marsia, 1570-76, Kroměříž, Museo Arcivescovile

Prima ancora di essere signore della luce, tanto da essere identificato con il Sole, era una divinità che sapeva uccidere in molti e crudeli modi. Eppure, così come era in grado di dispensare  la morte, al tempo stesso poteva concedere la salvezza: era un dio che uccideva ma poteva assolvere dall’omicidio (è a lui che si rivolge Oreste per essere purificato dalla colpa di aver ucciso la madre Clitennestra). Era il dio che suscitava le pestilenze e che poteva farle smettere: non a caso ebbe tra i suoi figli lo stesso dio della medicina, Asclepio.

Apollo, insomma, era davvero una divinità polivalente: signore del canto e della musica, medico e guaritore, profeta e arciere infallibile.

Apollo citaredo, I sec. d.C, Roma, Palazzo Altemps
Jacopo de’ Barbari, Apollo e Diana, 1503 ca., New York, Metropolitan Museum

E tuttavia… non si può  fare a meno di vedere in lui un saputello con la spocchia da primo della classe che spesso, come tutti i secchioni, risulta antipatico e arrogante. Al riguardo, è eloquente un dialoghetto che lo scrittore Luciano mette in bocca alla moglie di Zeus, Era: “Pretende di sapere tutto: tirare con l’arco, suonare la cetra, fare il medico. Ha messo su botteghe da indovino, come quella di Delfi, e imbroglia chi gli chiede un oracolo, dando responsi oscuri e ambigui. E con questo sistema si arricchisce, perché sono tanti gli sciocchi che si lasciano incantare. E invece racconta solo frottole: se fosse davvero capace di fare l’indovino avrebbe previsto anche il suo futuro. E invece non ne è mai stato capace”.
Di certo alla regina degli dèi Apollo non poteva stare simpatico, sia perché era figlio dall’ennesima scappatella del marito (Latona) e poi perchè aveva ereditato da Zeus lo stesso carattere e la stessa irresistibile passione per le donne: se ne vedeva passare una bella, la inseguiva senza darle pace. Un rifiuto non sarebbe stato accettato e la prospettiva di uno stupro non lo avrebbe di certo trattenuto. Come il papà poi, anche Apollo era capace di trasformarsi pur di sedurre una fanciulla. Ce lo dimostra platealmente la storia di Chione, figlia della stella del mattino (Eosforo in greco, Lucifero in latino) che fu desiderata sia da Apollo che da Ermes. 
Mentre Ermes la fece addormentare e si unì a lei durante il sonno, Apollo si trasformò in una vecchietta così da potersi accostare alla ninfa senza destare sospetti… tutto suo padre!

Apollo conobbe anche amori omosessuali ma uno sopra a tutti gli rubò il cuore: Giacinto. I due giovani, entrambi bellissimi e atletici, erano inseparabili e passavano intere giornate dedicandosi allo sport. Ma fu proprio questa passione sportiva a causare la morte del giovane mortale: mentre si esercitavano nell’atletica, infatti, Apollo lanciò un disco che colpì al collo Giacinto e lo uccise all’istante. Alcune varianti del mito sostengono che fu Apollo a sbagliare mira, altre che fosse stato invece Borea, il Vento del Nord, anche lui innamorato di Giacinto, a deviare il disco con un soffio improvviso. Come che fu, Apollo si inginocchiò sul corpo del giovane e pianse disperato maledicendo la sua natura immortale. Queste le sue parole secondo Ovidio: “Vedo la tua ferita che mi accusa: tu sei il mio dolore e il mio delitto. È la mia mano responsabile della tua morte, io ne sono causa. Eppure qual è la mia colpa? è una colpa giocare? È una colpa l’amore? Vorrei morire con te ma non è il mio destino: io sono immortale. Ma ti trasformerò in qualcosa di bello: gli uomini e le donne, quando lo vedranno, sempre si ricorderanno di te.” E mentre così parlava, il sangue del fanciullo sparso sul terreno iniziava a mutare forma. Si trasformava in un fiore, colorato di un rosso violento e cupo, come il sangue appunto. Un fiore che da allora avrebbe portato per sempre il nome del fanciullo infelice, il nome di Giacinto.

Pittore della prima metà del XVII secolo, Apollo e Giacinto, Cherbourg-Octeville, Musée d’art Thomas Henry

Impossibile però non spendere due parole sul primo e iconico amore di Apollo: Dafne.

Fu il capriccioso e malevolo Eros a colpire Apollo con una sua freccia e a farlo innamorare della bellissima ninfa, figlia di un dio fluviale e della terra. Un amore folle, un amore inflitto da Eros, che non lascia scampo. Ma Dafne non voleva saperne di lui e fuggì come il vento attraverso la boscaglia. Apollo le corse dietro gridando (stando a quanto scrive Ovidio): “Ti prego, fermati! Non ti insegue un nemico. Io t’inseguo per amore! Stai attenta a non cadere, che i rovi non ti graffino le gambe! Corri più piano, ti prego, rallenta la tua fuga e anche io ti inseguirò più piano. Non sono un montanaro, non sono un pastore, io; non faccio la guardia a mandrie e greggi come uno zotico. Non sai chi stai fuggendo, e per questo fuggi. Io regno sulla terra di Delfi. Zeus è mio padre. Io sono colui che rivela futuro, passato e presente, colui che accorda il canto al suono della cetra. La mia freccia è infallibile, ma più infallibile della mia è stata quella che m’ha ferito il cuore indifeso. La medicina l’ho inventata io, e in tutto il mondo mi chiamano guaritore, perché in mano mia è il potere delle erbe. Ma, ahimè, non c’è erba che guarisca l’amore, e l’arte che giova a tutti non giova al suo signore!”.

Ma Dafne continuava a fuggire, finché ebbe fiato in corpo. Poi si fermò mentre Apollo si faceva sempre più vicino. Fu lì che, accorgendosi di non avere più scampo, invocò suo padre, dio dei fiumi, perché le concedesse, come le acque, di cambiare la sua forma e dissolvere quella bellezza che era causa di quanto le stava accadendo. Invocò sua madre, perché la accogliesse nel suo grembo. Ancora supplicante, sentì un torpore impadronirsi delle sue membra, i capelli trasformarsi in foglie, le braccia in rami, i piedi in salde radici. Dafne si era trasformata in un albero di alloro (che in greco si chiama appunto daphne) e il dio, disperato, decise in quel momento che da allora in poi, e per sempre, una corona di alloro avrebbe acconciato la sua chioma, come unico ricordo di un amore mai vissuto.

Gianlorenzo Bernini, Apollo e Dafne (part.), 1622, Roma, Galleria Borghese

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