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Foto della Visita alla Chiesa di S.Andrea della Valle – 9 Maggio 2026

Abbiamo visitato con Rossella Faraglia la basilica di Sant’Andrea della Valle che nel panorama delle chiese romane della Controriforma occupa un posto di assoluto rilievo, non solo per le dimensioni imponenti, ma anche per la complessità della sua storia costruttiva e decorativa, che vide avvicendarsi alcuni tra i più importanti architetti e pittori del Seicento.

La visita è iniziata presso la facciata del palazzo dell’INA, in quello slargo creatosi negli anni Trenta del Novecento, uno dei tanti “gioielli” lasciati dal fascismo con la politica dei diradamenti, che si sommò agli sventramenti post‑unitari. A questo proposito, Rossella ci ha letto un brano di Cesare Brandi – acuto e commovente – in cui si lamenta la perdita dell’effetto volumetrico della facciata causata da quegli interventi urbanistici che modificarono profondamente la piazza antistante, ricordandoci come l’architettura dialoghi, quasi respiri, nel proprio contesto urbano.

La chiesa nacque per volontà dei Teatini, primo ordine di chierici regolari, che verso la fine del Cinquecento ricevettero in dono dalla duchessa di Amalfi, Costanza Piccolomini, il palazzo di famiglia. La piazza era allora detta “de Senis”, dall’origine senese della casata, e vi si affacciava la chiesina di San Sebastiano, sotto la quale – dice la leggenda agiografica – fu rinvenuto il corpo del martire. Tra la fine del secolo e i primi decenni del successivo si alternarono diversi architetti, ma il progetto più significativo è certamente quello di Carlo Maderno, che negli anni Venti del Seicento chiamò il giovane Borromini a eseguire disegni e particolari architettonici.

San Pietro e la sua basilica sono un costante punto di riferimento per Sant’Andrea. Non a caso venne incaricato proprio Maderno, attivo nel cantiere petrino. Andrea, del resto, era fratello di Pietro, e la cupola della chiesa a lui dedicata è la seconda per altezza dopo quella vaticana. La reliquia della testa di Andrea, trasferita con grande pompa dalla Morea, fu collocata nella crociera di San Pietro.

Sant’Andrea della Valle non possiede reliquie del santo, ma conserva le tombe dei papi Piccolomini, in particolare quella di Pio II, che si impegnò in prima persona per il recupero della reliquia.

Della prima fase costruttiva restano le splendide cappelle “toscane” – Barberini, Rucellai, Strozzi – con una straordinaria profusione di marmi e dipinti, tra cui quelli di Pomarancio nella Rucellai, riportati alla luce dai restauri del 2000.

La seconda fase, avviata nel 1623 grazie al mecenatismo di Alessandro Peretti Montalto, diede alla chiesa la decorazione che più la rese celebre: gli affreschi di Domenichino e Lanfranco, nella calotta dell’abside, nei pennacchi e nella cupola. Il contrasto tra il meticoloso classicismo del primo e il linguaggio pienamente barocco e allusivo del secondo – che porta a compimento lo sfondamento illusivo dello spazio già intuito da Correggio a Parma – segna una delle tensioni più alte della pittura seicentesca. Così noi moderni comprendiamo le storie di Sant’Andrea del Domenichino, ma poi ci perdiamo, confusi e felici, insieme all’Assunta che si libra nel vortice celeste di Lanfranco.

Mattia Preti completò il ciclo trent’anni più tardi con gli affreschi del martirio nel presbiterio: una pittura “veronesiana”, chiara e monumentale, che non piacque ai committenti né alla critica coeva. Il pittore vi ritornò più volte, rimpiangendone il risultato, anche se oggi ne apprezziamo la grandezza e la sicurezza espressiva. Il suo imbarazzo è comprensibile, d’altronde, se pensiamo ai “giganti” che aveva costantemente davanti agli occhi.

La facciata, infine, fu realizzata da Girolamo Rainaldi e completata nel 1665 (forse due anni dopo) sotto il pontificato di Alessandro VII Chiii, papa senese, che così chiude idealmente il cerchio dei valori memoriali della chiesa.

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