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Animali/III – Il Coniglio

Il mezzo di locomozione della dea Venere è normalmente un carro tirato da bianche colombe o da bianchi cigni, animali a lei sacri. Ma nei giardini che la dea frequenta, non di rado per incontri d’amore, troviamo anche bianchi conigli allusivi a una sensualità alquanto incontrollata.

Così è nel dipinto Venere, Marte e Cupido di Piero di Cosimo, così nel celebre Trionfo di Venere nell’affresco con il mese di Aprile nel Salone dei Mesi del Palazzo Schifanoia, a Ferrara.

Per quanto riguarda la dea dell’amore, dunque, pochi dubbi sul simbolismo legato al coniglio.

Le cose si complicano quando lo troviamo nelle immagini religiose.

C’è un punto molto affascinante nel libro dell’Esodo, nell’Antico Testamento. Dovendo trovare un modo per stabilizzare l’umore della comunità riottosa e problematica che ha avuto il compito di guidare, Mosè spesso chiede direttamente consiglio a Dio, a volte ci discute animatamente. In uno di questi incontri, Mosè – esasperato – fa a Dio una richiesta estrema: farsi conoscere e mettersi alla guida del suo popolo (in modo che sia chiaro a tutti che è il popolo eletto). Ma nessuno può vedere Dio e “restare vivo”. Questa dunque la risposta: “Ecco qui un luogo vicino a me: mettiti su quella roccia; e mentre passerà la mia gloria io ti porrò nel cavo della roccia e ti coprirò con la mia mano, finché io non sia passato”.

L’illustratore della Bibbia di Anton Koberger (1483), evidentemente ispirato dall’etimo (cuniculus = cunicolo / coniglio), mette un coniglio in una tana in una scena con Mosè, come rafforzativo visivo potremmo dire.

Rimarrebbe un fatto curioso se non fosse che sembra aver inaugurato una moda che arriva a interessare uno dei dipinti più belli dell’intera storia dell’arte, il San Francesco nel deserto di Giovanni Bellini.

Cosa c’entra Francesco con Mosè ? Molto. Per la teologia francescana, da subito attivissima a costruire le basi ideali per il culto della propria guida, Francesco è l’altro Mosé (oltre che l’altro Cristo, ovviamente). Il dipinto è costellato da diversi rimandi a Mosè (Francesco si è tolto i sandali prima di offrirsi alla luce che investe e scuote l’albero, così come fece Mosè prima di avvicinarsi al roveto ardente da cui udì la voce di Dio). E tra le tante allusioni, troviamo un coniglietto sotto la mano destra del santo, che si sporge un po’ strabico da una tana. Dio “è passato”? Le stimmate sono giunte ? Non lo sappiamo. L’atmosfera in cui sono immersi uomini e animali rimane sospesa. Tra l’umano e il divino, si direbbe.

A parte questa presenza singolare e specifica, il coniglio è un animale la cui leggendaria prolificità si trasferisce alle immagini ed è ben raro trovare un dipinto in cui non si affacci con significati simbolici non solo ambivalenti (come è normale) ma pluri o polivalenti. Ecco a ogni buon conto quelli elencati in un gettonatissimo repertorio, gli Hieroglyphica di Pierio Valeriano, repertorio un po’ tardo (1556) ma che riprende e amplia alcuni testi pubblicati tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500:

Vigilanza, coraggio, effeminatezza, paura, bellezza, fecondità, solitudine, trepidazione, ecc. Ognuno corredato dalla consueta erudita spiegazione…

Proviamo per esempio a capire perché c’è un coniglio in un dipinto apparentemente “semplice” come la cosiddetta Madonna del coniglio di Tiziano.

Certo, possiamo pensare a una scena campestre, in cui una donna mostra un coniglietto al proprio bambino, ma quella donna è la Vergine e quel bambino è il Cristo e, lungo una tradizione che si tramanda da secoli, l’elemento che li mette in dialogo ha sempre un significato simbolico: che siano le rosse ciliegie o il cardellino dal petto rosso a rimandare alla Passione, che sia il velo che la madre stende sopra il bambino ad anticipare il sudario che lo coprirà e, con una ulteriore fuga in avanti, il drappo della mensa eucaristica. A giudicare da come il bambino reagisce alla vista del coniglio, si può forse pensare alla trepidazione e alla paura. Ma la fertilità della Vergine è sottesa al mistero dell’Incarnazione e dunque non possiamo escludere questo livello di significato.

C’è un altro dipinto in cui ci sono due conigli il cui significato è invece univoco: la Resurrezione di Giovanni Bellini (abbiamo una predilezione per questo sommo pittore, ci scuserete), in cui un bel coniglio scuro è inquadrato dai rami di un fico che sta producendo nuove foglie mentre un suo omologo bianco se ne va via saltellando: il Cristo che risorge è emblema glorioso della primavera (e della Rinascita) e il coniglio invernale lascia il posto a quello dal mantello già mutato per la nuova stagione. La fonte per questa simbologia è un altro best-seller: l’Esamerone di S. Ambrogio.

Ma c’è un universo particolare in cui abbondano conigli, quello dei margini di alcuni manoscritti medievali (i marginalia). Si tratta di un fenomeno classificato con un termine francese: drôlerie, cioè buffoneria. Sono curiose e divertentissime rappresentazioni in cui molto spesso il tema è quello del mondo alla rovescia e siccome non c’è niente di più oppositivo della ferocia rispetto al pauroso e timido coniglio, ne troviamo miriadi intenti alle più atroci ed efferate azioni. Conigli assassini: l’effetto è grottesco ed esilarante.

A loro sembrano aver pensato i Monty Python per il ferocissimo Killer Rabbit of Caerbannog che massacra il manipolo dei fedeli di Re Artù alla ricerca del Sacro Graal.

Mettiamo qui il video dell’episodio, grottescamente macabro ma esilarante come un coniglio assassino, appunto.

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