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Gli dèi dell’Olimpo VI / Efesto

Efesto è il fabbro divino, l’artefice supremo dalla bottega del quale escono opere meravigliose come le folgori di Zeus, i mirabili gioielli di cui le divinità si adornano e incredibili armi: lui cesella e istoria con immagini bellissime lo scudo di Achille, un’opera così straordinaria che al poeta Omero quasi non bastano centinaia di versi per descriverlo. 

Efesto dona a Teti le armi che ha forgiato per Achille, Kylix a figure rosse, da Vulci, 490-480 a.C., Berlino, Antikensammlung, Staatliche Museen

Una persona seria e un onesto lavoratore e, allo stesso tempo, un essere villoso, sudato e claudicante. Sì, perché quella forza e precisione nelle braccia, che permette ad Omero di conferirgli l’appellativo di Ambidestro, è compensata da due gambe sottili ed inferme che lo costringono a camminare ancheggiando terribilmente, tanto da aver bisogno di ancelle che lo sorreggono, ancelle d’oro fabbricate da lui stesso (il più antico esempio di robot!).
Efesto è zoppo fin da bambino e non certo per colpa sua. E neppure per una fatalità. No, la colpa era ancora una volta dei litigi tra i suoi genitori, anzi… in questo caso la vera colpevole sarebbe stata la madre, Era. 
Un mito antichissimo parla di una nascita monogenetica: Efesto fu partorito da Era senza l’intervento di Zeus, sicuramente per punirlo di qualche scorrettezza. Sarà forse per la stranezza di questo parto unigenitoriale che il neonato uscì un po’ deforme e quando Era lo prese in braccio per la prima volta, mentre il piccino la guardava felice ed estasiato, ne rimase disgustata e, presa da un impeto di furore, lo scagliò giù dall’Olimpo.

Era getta in mare il piccolo Efesto, (particolare di un fregio in parte conservato a Ostia e in parte a Berlino), metà II secolo d.C., Berlino, Antikensammlung, Staatliche Museen

A raccontarlo è lui stesso nell’Iliade di Omero: quando la madre, “faccia di cagna” (kynopidos), lo buttò giù dall’Olimpo, la dea del mare Teti lo accolse nelle profondità del mare. Qui, nel regno delle ninfe sottomarine, Efesto rimase nove anni e cominciò a lavorare i metalli. Forgiò gioielli splendidi, fibbie e braccialetti ricurvi, monili e collane. Nessuno sapeva dove fosse: Teti e le ninfe del mare lo tenevano nascosto. 
Una versione alternativa del mito lo vuole precipitato nell’isola di Lemno, davanti alle coste dell’odierna Turchia. Qui Efesto trovò una popolazione di piccoli elfi bizzarri, dei nanerottoli magici e insuperabili nel lavorare i metalli. Si chiamavano Cabiri ed erano degli strani folletti che in un’isola lì vicina, Samotracia, avevano addirittura un loro santuario dove erano venerati con un culto misterioso. Ben presto Efesto mise in piedi, con spirito imprenditoriale e in società con i Cabiri, un’officina che lavorava a ciclo continuo e che acquistò una fama così potente che gli stessi dèi gli commissionarono alcune opere. Due troni costruiti da Efesto arrivarono sull’Olimpo. Stando al mito, quando Era andò a sedersi sul suo, improvvisamente esso si animò: i braccioli si trasformarono in vincoli e il trono salì a mezz’aria, costringendo Era in una posizione decisamente inconsueta. Conoscendo il caratterino della madre degli dèi, potete ben immaginare con che spirito leggero avrà preso lo scherzetto.

Si narra che sia stato Ares ad accorrere per primo in aiuto della madre e che, indovinato il colpevole, sia sceso dall’Olimpo per regolare i conti. Della violenta rissa fra Ares ed Efesto parla Platone e, prima di lui, poeti lirici come Alceo. 

Tuttavia non fu certo per timore di Ares (che, tra l’altro, uscì dallo scontro scornato e bruciacchiato) che il nostro dio decise infine di liberare la madre, bensì per un ricatto: “Io libererò Era”, disse, “ma in cambio Zeus dovrà concedermi in sposa colei che indicherò”. E fu così che il deforme Efesto sposò la bella Afrodite. 

Non fu, non poteva essere un matrimonio felice.

Luciano di Samosata, nei suoi Dialoghi, ci racconta un colloquio tra Ermes e Apollo. Un colloquio che, per il tono confidenziale, potremmo definire un’intercettazione:

Ermes: “Caspita, Apollo! Che uno, zoppo lui stesso, e che di mestiere fa l’operaio, si sia sposato proprio la più bella l’avresti mai detto?”

Apollo: “Che abbia sposato Afrodite è stato solo un colpo di fortuna. Piuttosto mi stupisce un’altra cosa: come sopporta quella di starci insieme, soprattutto quando lo vede grondante di sudore, chino sulla fornace, con tutta quella fuliggine sul viso. Come fa ad abbracciarselo, a baciarselo, a dormirci insieme?!

Ermes: “È una cosa che manda in bestia anche me e mi rende terribilmente geloso. Tu, Apollo, hai un bel portare lunghi i capelli. Suona la cetra quanto vuoi, e vantati pure della tua bellezza, come io del mio vigore e della mia lira. Poi, quando c’è da andare a letto dormiamo sempre da soli.”

Apollo:  “Non dirmelo neppure, io sono sfortunatissimo in amore, e soprattutto con quelli che ho amato di più, come Dafne e Giacinto. Lei mi sfugge e mi odia al punto che ha preferito diventare un albero di alloro piuttosto che stare con me, e lui è stato ucciso dal mio disco e si è mutato in un fiore. E ora, invece di loro, mi restano solo queste corone di alloro o di giacinto.”

E, alla fine della conversazione, le due divinità gelose trovano conforto nel fiele del gossip: sì, quello zoppo avrà pure sposato Afrodite, ma lei gli mette le corna proprio con il muscoloso Ares ogni volta che esce per andare a lavorare nella sua officina. Lo sanno tutti, e forse anche lui…

In realtà Efesto non ne sapeva nulla e, non appena venne informato della tresca, non se ne stette di certo con le mani in mano: organizzò una vendetta alla sua maniera, preparando una trappola ai due amanti, con l’astuzia e la fermezza della persona onesta a cui ne hanno fatte troppe.

La storia ce la racconta Omero in un magnifico passo dell’Odissea. Sarà Febo, il Sole, a fare la spia dell’infedeltà di Afrodite, aggiungendo perfidamente che il tradimento veniva consumato proprio nel letto coniugale.

Diego Velázquez, Febo nella fucina di Vulcano, 1630, Madrid, Prado

Una volta passata la fitta al petto, Efesto prese il suo martello e cominciò a pestare come un pazzo sull’incudine forgiando catene sottilissime, così aeree da essere quasi invisibili ma così forti che nessuno, neppure un dio, le avrebbe potute spezzare. Sistemata la trappola nella stanza matrimoniale, comunicò alla moglie che sarebbe andato a Lemno per sbrigare qualche lavoro. Non appena Ares vide lo sfortunato fratello che, martello in spalla, si dirigeva verso la sua officina, entrò nella casa dove Afrodite lo aspettava come sempre. I due si infilarono nel letto, felici e vogliosi.

Ma ecco che, all’improvviso, la trappola scatta: le catene scendono dal soffitto e imprigionano i due amanti così come sono, nudi, uno nel corpo dell’altra.

Giovan Battista Carlone, Venere e Marte sorpresi da Vulcano, I metà XVII sec., Savona, Pinacoteca civica

Stava già rientrando a casa il furioso Efesto e nel mentre invitava gli dèi beati e immortali a godersi lo spettacolo. Tutti guardarono stupiti la scena e rimasero senza parole. Poi uno di loro iniziò a ridere e, alla fine, tutti lo seguirono sganasciandosi dalle risate per come l’amplesso tra la femmina più bella del mondo e il maschio più vigoroso si fosse trasformato in una scena ridicola.

Efesto, brutto e disprezzato da tutti, aveva avuto infine la sua rivincita.

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