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Foto della Visita alla Mostra “UKIYOE. Il Mondo Fluttuante.” – 1 Giugno 2024

Parafrasando Nanni Moretti, potremmo dire che le date sono importanti. Lo sono certamente quelle del 1603 e del 1868 in Giappone. Nel 1603 Tokugawa Ieyasu si fece conferire dall’imperatore il titolo ereditario di shogun e stabilì la sede del suo governo militare a Edo (l’odierna Tokyo). Il nome della nuova capitale definisce il lungo periodo – periodo Edo, appunto – in cui il Giappone godette di grande prosperità, ma fu totalmente isolato dal resto del mondo. Un sistema feudale rigidissimo, il divieto di commercio con gli stranieri, l’ascesa di una borghesia cittadina e l’impoverimento della classe produttiva contadina sono le coordinate di un sistema chiuso che conobbe tuttavia un’espressione artistica elevatissima, i cui prodotti – dalle silografie a più colori su seta o carta, ai “manifesti” per gli spettacoli del teatro kabuki, agli strumenti musicali, agli abiti, ai giochi da tavolo, sono l’oggetto della mostra che abbiamo visitato ieri, a cura di Matteo Piccioni, a Palazzo Braschi.

Divisa in sette sezioni, “Ukyioe. Il mondo fluttuante. Visioni dal Giappone”, dopo le mostre dedicate ai maestri Hiroshige e Hokusai, ha il merito di mettere a fuoco la vita quotidiana che si fa oggetto dell’arte, quel mondo fluttuante in cui gli uomini, le donne, gli attori, si muovono e “fanno le loro cose”. Niente più di questo, si potrebbe dire, salvo che quando, nel 1868 – a seguito delle pressioni occidentali, inglesi, olandesi e americane – lo shogunato finì rovinosamente, l’Occidente “scoprì” il Giappone e la sua arte, e il mondo fluttuante divenne la leva per l’arte nuova, l’arte moderna, quella che per convenzione chiamiamo impressionista e che proprio della vita moderna, delle attività del tempo libero, del teatro, dei cafés chantants, delle gite in barca fece l’oggetto della sua rappresentazione.

Grazie dunque a Matteo che ci ha illustrato questi nessi per niente scontati e per averci aiutato a considerare i paradossi della storia e dell’arte che, in fin dei conti, come lo spirito, soffia dove vuole.

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