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Foto della Visita al Vittoriano – 7 Giugno 2026

Mattinata caldissima domenica scorsa, ma una di quelle che a Roma regalano un cielo così terso e vedute così magnifiche da riuscire quasi ad attenuare il disagio provocato dalla vista di migliaia di esseri umani in coda sotto al sole per visitare i monumenti più celebri, approfittando della gratuità della prima domenica del mese.
A rendere tutto più complicato, l’occupazione quasi manu militari del centro da parte di Cesare Cremonini per il suo concerto al Circo Massimo, con deviazioni insopportabili dei mezzi pubblici protratte per due intere giornate. Roma non è una città per i suoi cittadini. Ma forse anche i turisti, a ben vedere, sono costretti a sopportare qualche disagio.
Noi, grazie a una fila fortunatamente ragionevole, siamo riusciti a entrare con agio nel Monumento a Vittorio Emanuele II dove, in ampi spazi ombreggiati, abbiamo seguito il racconto di Matteo Piccioni sulla gloria risorgimentale, sulla successiva strumentalizzazione fascista, sul declino e infine sulla rinascita di un monumento che, in fondo, non è mai diventato un oggetto davvero pacificato nella percezione degli italiani e dei romani in particolare.
Matteo ha ricostruito con chiarezza tutte le fasi della sua storia: dalla progettazione ai cambiamenti intervenuti già in epoca post-risorgimentale fino all’appropriazione ideologica operata dal fascismo. Ma già osservando la facciata e la fiancata sinistra di Santa Maria in Aracoeli, insieme al convento mutilato che le sorge accanto, ci si rende conto della misura dello scempio che il grandioso altare dedicato alla gloria di Vittorio Emanuele II ha inflitto al tessuto della Roma medievale e rinascimentale.
Un esempio tra i più clamorosi di quella vasta trasformazione che, con Roma capitale d’Italia e poi dell’Impero fascista, ha cancellato quartieri, ville e monumenti, ridisegnando profondamente il volto della città.
Il monumento nasce per volontà del governo nel 1878, pochi mesi dopo la morte di Vittorio Emanuele II per rendere omaggio al sovrano che, a partire dal 1849, si era assunto il compito di incarnare e perseguire — pur se nell’interesse di casa Savoia e con una robusta dose di Realpolitik — i valori guida del Risorgimento, tra i quali l’unità nazionale era forse il più sentito. Con la breccia di Porta Pia del settembre 1870 e la soluzione della secolare questione romana, quel processo poteva dirsi concluso: l’Italia è unita e Roma ne è la capitale.
Nel 1880, due anni dopo la morte del re e su iniziativa del governo nazionale, viene dunque bandito il concorso per la realizzazione del monumento. Il primo progetto vincitore era opera di un architetto francese e prevedeva una semplice colonna da collocare nell’attuale piazza della Repubblica, al centro di un’esedra. Non se ne fece nulla. Il secondo concorso individuò invece la collina del Campidoglio come sede dell’opera e fu vinto da Giuseppe Sacconi, che aderì immediatamente al linguaggio architettonico scelto per la nuova Roma capitale e, più in generale, per l’edilizia rappresentativa dell’Italia unita: una sintesi tra classicismo antico e rinascimentale.
Già in questa fase le esigenze del monumento comportarono la scomparsa dei chiostri medievali del convento dell’Aracoeli e della vicina Torre di Paolo III. Successivamente, tenendo conto della necessità di conservare un tratto delle mura serviane e di ricavare spazi museali, si pensò a un ampliamento dell’edificio che però, così concepito, risultava poco visibile da via del Corso. Nacque quindi il progetto definitivo del 1897 che sacrificò per sempre il volto storico di piazza Venezia, imponendo demolizioni, arretramenti e spostamenti e definendo quello spazio monumentale che sarebbe poi stato utilizzato con grande efficacia teatrale dal duce per le sue arringhe alle folle.
Inaugurato infine da Vittorio Emanuele III nel 1911, in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia, e completato sotto la direzione di altri architetti dopo la morte di Sacconi, il monumento era ormai pronto a diventare bersaglio delle critiche di intellettuali e artisti, critiche che si sarebbero ripresentate ciclicamente nei decenni successivi.
Fu soltanto nel 1921, dopo la tragedia della Prima guerra mondiale, che una legge del Parlamento stabilì di dedicare al complesso un monumento ai caduti e al Milite ignoto. La triestina Maria Bergamas, madre di un soldato caduto in guerra il cui corpo non fu mai identificato, fu chiamata a scegliere una delle undici salme ignote raccolte sui campi di battaglia: ne scelse una per rappresentarle tutte. Un rito che, sotto il velo dell’amor patrio, sembra nascondere e al tempo stesso rivelare l’insensatezza di ogni guerra.
Va detto, infine, che al di là del candore del marmo botticino e della retorica patriottica che permea colonnati, gruppi scultorei, mosaici, fregi dipinti e statue equestri — una retorica magnilloquente oggi estranea al nostro modo di sentire — gli affacci che il monumento offre sulla Roma antica, fino alla campagna e ai monti, sono semplicemente spettacolari. E continua a mostrarsi magnifica, nonostante tutto, questa città amatissima, con il suo cielo, la sua storia e il suo colore. Un colore che, nonostante Augusto e nonostante Vittorio Emanuele II, resta quello caldo e dorato dei mattoni, non quello del marmo, sia esso candido fino all’abbagliamento o rivestito di pittura.

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