| Visite guidate

Foto della Visita a Casa Pasolini – 13 Giugno 2026

In occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, abbiamo visitato le mostre intitolate Tutto è santo a Palazzo delle Esposizioni e al MAXXI, imponenti ed estremamente coinvolgenti per la quantità e la qualità di documenti e immagini esposti. In quelle occasioni abbiamo avuto la fortuna di essere accompagnati da uno dei curatori, Giuseppe Garrera, critico e collezionista; così non potevamo che chiedere a lui di guidarci anche nella casa di Rebibbia dello scrittore, in un percorso tanto breve quanto ampi e labirintici erano quelli delle mostre del centenario.

Poco più di 70 metri quadri: un appartamento più che modesto, donato al Comune di Roma dal regista Pietro Valsecchi, che lo acquistò all’asta salvandolo dall’abbandono.

Abbiamo così ascoltato il racconto del giovane e bravissimo professore che, laureatosi a Bologna nel 1945 con una tesi su Giovanni Pascoli, insegna italiano in una scuola media a Valvasone, a pochi chilometri da Casarsa, dove vive con la madre Susanna Colussi. In seguito allo scandalo provocato da una denuncia per corruzione di minore e atti osceni in luogo pubblico — vicenda che gli costerà l’esclusione a vita da tutte le scuole statali — nel gennaio 1950 lascia il Friuli insieme a lei. Alla madre resterà legato per tutta la vita e il loro rapporto è stato spesso letto in chiave edipica, anche perché il padre, che negli anni successivi diventerà una sorta di segretario del figlio ormai affermato, è un militare, «deformato e represso fino al conformismo più definitivo», secondo le parole di Pier Paolo.

Tutto questo è noto, ma Giuseppe Garrera, proprio in questo luogo, il primo in cui madre e figlio vissero in modo indipendente, ha giustamente sottolineato come le scelte di Pasolini siano state rivolte anzitutto a risarcire Susanna del dramma esistenziale causato dal trasferimento forzato e dalla perdita del lavoro. A Casarsa era insegnante; a Roma fu costretta a fare la governante.

Anzitutto occorre emanciparsi dallo zio che li aveva accolti nella casa del Ghetto e trovare un impiego come insegnante. Ci riuscirà grazie all’aiuto di Vittorio Clemente, ispettore generale delle scuole private di Roma: la scuola pubblica gli è preclusa, ma trova posto alla Petrarca di Ciampino. Da Rebibbia a Ciampino, per attraversare la città da un capo all’altro, servono tre ore di viaggio. E lui, in una certa misura, ne è felice: quel tragitto gli permette di osservare Roma, che amerà di un amore totale, nel bene e nel male; incontra persone, comunica, intesse relazioni.

I soldi sono pochi; nel frattempo li ha raggiunti anche il padre e ora la famiglia vive di nuovo insieme. Pasolini inizia quindi a cercare un lavoro più redditizio. Grazie a Giorgio Bassani riceve un incarico per una sceneggiatura cinematografica; Bertolucci segnalerà a Garzanti Ragazzi di vita, che ha iniziato a scrivere proprio a Rebibbia. Nello stesso appartamento nasceranno anche Le ceneri di Gramsci e, nei dintorni, a Ponte Mammolo, conoscerà Sergio Citti, che sarà il suo «consulente di parola»: gli insegnerà la pronuncia del romanesco che poi dovrà trasporre sulla pagina e nelle sceneggiature. Ma soprattutto gli presenterà il fratello Franco, che nel 1961 — e per sempre — sarà Accattone.

L’anno successivo, con Anna Magnani, gira Mamma Roma. È ormai un regista affermato, guadagna bene e può permettersi le automobili.

Già nel 1954, però, si era trasferito a Monteverde, prima in via Fonteiana e poi nella più borghese via Carini. Con un certo rammarico racconta di aver finito per osservare quasi dall’alto i palazzoni di via Donna Olimpia, dove sono ambientati alcuni brani di Ragazzi di vita: quella Monteverde aveva ormai poco a che fare con la vallata del Ferrobedò e con i cortili dei «grattacieli» intensivi.

Anni dopo, nel 1966, il regista italo-francese Jean-André Fieschi gira un documentario in cui passeggia con Pasolini lungo via Giovanni Tagliere. Lo scrittore si ferma davanti al portone dell’abitazione e, rispondendo agli «idioti» che sostenevano fosse andato lì da ricco turista per scrivere delle periferie, ricorda di aver vissuto in quel luogo per tre anni. Aveva dunque conosciuto dall’interno la vita della borgata, guadagnando peraltro soltanto 27.000 lire al mese, gran parte delle quali se ne andava per pagare l’affitto.

Nella stanza che fungeva da soggiorno e insieme da studio sono esposte molte belle fotografie in bianco e nero: Pasolini elegantissimo oppure in maniche di camicia dietro la macchina da presa, Silvana Mangano, Ninetto Davoli, Anna Magnani. Vi sono anche alcune raffinate fotografie a colori con una splendida Maria Callas nei panni di Medea, con la quale si vociferò di un possibile matrimonio che avrebbe tanto reso felice Susanna.

A testimonianza del suo amore per l’arte e la pittura, è esposto anche un ritratto di Roberto Longhi eseguito da lui stesso. A Bologna aveva seguito con entusiasmo le lezioni dello storico dell’arte e, in un primo momento, aveva persino pensato di laurearsi in quella disciplina.

Dal 1963 Pier Paolo e Susanna abitarono in via Eufrate, all’EUR, quartiere borghese quant’altri mai. Una scelta che può apparire contraddittoria solo se non si tiene a mente quel risarcimento che il poeta sentiva di dovere alla madre e che infine prende forma in una casa grande e luminosa, affacciata su una strada tranquilla e alberata. Poco più di un decennio dopo, la tragedia della sua morte porrà fine a quella quiete.

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