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Gli dèi dell’OIimpo V / Demetra

Mimmo Iodice, Trittico Demetra, 1992

Cerere / Demetra

Prima che le voci degli aedi dessero corpo ai racconti che per millenni hanno nutrito  il nostro immaginario, lei c’era. Nella notte dei tempi era l’immagine primitiva del femminile, la dea madre, icona apotropaica del potere generativo. Poi divenne Demetra, “madre terra”, la dea greca della fertilità, protettrice della semina, dei raccolti, della rinascita, definita da epiteti quali “l’implacabile”, “la calorosa”, “il verde germoglio” …
La nascita del suo culto avvenne, probabilmente, quando il grano cominciò ad essere usato per sfamare interi popoli divenendo l’alimento intorno al quale si è costruita un’intera civiltà, la nostra.

Rilievo in terracotta con Cerere, I secolo d.C., Museo Kircheriano, Roma

Le immagini più antiche la ritraggono seduta su un trono, il capo coronato dal polos, un copricapo di origine orientale tipico delle divinità femminili arcaiche. Il volto giovane, florido e fresco come la natura che rinasce a ogni primavera; il corpo ricoperto da una lunga veste panneggiata, i piedi nudi a  ricordarci la sua origine divina. Tra le mani stringe un mazzo di spighe, intorno ai suoi polsi si annodano dei serpenti a lei sacri, posti a guida del suo carro e rimando al mondo ctonio, sotterraneo, parte essenziale del suo mito. In alcune rappresentazioni regge una fiaccola, per ricordare la ricerca disperata di Kore, sua figlia, rapita dal dio Ade e trascinata con violenza nel regno dei morti.

Luca Giordano, Cerere, 1699 ca., Verona, Museo di Castelvecchio

Dunque Demetra, la Cerere dei Romani, non era legata soltanto alla forza vitale e generativa della terra, ma anche all’oltretomba. Il Mundus, una fossa circolare chiusa presente nel Foro romano, che veniva aperta tre volte all’anno per comunicare con gli dèi inferi, viene anche denominato Mundus Cereris.

Il rapimento di Kore-Proserpina, la figlia di Demetra-Cerere, e le disastrose conseguenze che questo provocò sulla terra ci vengono tramandati da molti autori tanto delle tradizione greca quanto di quella romana. Tra questi ultimi ricordiamo senz’altro Ovidio, per la capacità unica di trasformare la parola in immagine. Il suo racconto ha ispirato innumerevoli traduzioni iconografiche di epoca antica e rinascimentale, regalando al mito una straordinaria fortuna. Ovidio narra dunque il rapimento di Proserpina come nato da un capriccio di Venere che ordina a Cupido, suo figlio, di colpire il dio Plutone (l’Ade dei Greci) con le sue frecce. Così il re degli Inferi si innamora di Proserpina: “quando Plutone – fu quasi tutt’uno – la vide, se ne innamorò e la rapì. Tanto precipitosa fu quella passione”. Trascinatala sul suo carro la conduce nel regno dei morti, facendone la sua sposa.

Dante Gabriel Rossetti, Proserpine, 1874, Londra, Tate Gallery

Cerere dà inizio allora alla sua disperata ricerca, senza riuscire a trovare la rapita, finché qualcuno non le svela la terribile verità. Nel frattempo però la sua disperazione ha provocato sulla terra effetti disastrosi: la natura è rimasta ferma in un eterno inverno, priva di vita, incolore, raggelata dal dolore di una madre che ha perso la propria figlia. Ma quando la morte ha ormai avvolto ogni cosa e i campi e gli alberi cominciano a seccare, interviene Giove. Il più potente degli dèi decreta che Proserpina deve tornare sulla terra. Purtroppo l’irrimediabile è già successo: la fanciulla ha mangiato alcuni grani di melograno, il frutto che lega per sempre i vivi al regno dei morti, e dunque il suo ritorno è condizionato: tornerà sulla terra soltanto per sei mesi all’’anno, accanto a Cerere, e trascorrerà gli altri sei mesi nell’Ade, con il suo lugubre sposo.
Il tema del rapimento di Proserpina e il dolore della madre Cerere, per un ovvio legame tra il racconto e la destinazione d’uso, diviene uno temi più rappresentati sul fronte dei sarcofagi romani.

Le narrazioni dei sarcofagi, riscoperti e studiati nel Cinquecento, hanno giocato un ruolo importante nella trasmissione del mito e della sua iconografia, che si concentra sui momenti più drammatici del racconto, la scomparsa della figlia e la ricerca di lei da parte della madre; lo schema narrativo si ripete in molti esemplari, con poche, minime varianti.

Sarcofago con Rapimento di Proserpina, 170 d.C. ca.,  Firenze Uffizi

Plutone è rappresentato al centro della scena, mentre issa violentemente Proserpina sul carro. Sopra di loro Cupido sta a ricordarci che il rapimento è avvenuto per amore. Sotto il carro la dea Tellus, personificazione della Terra, giace terrorizzata. All’estrema destra Mercurio psicopompo tiene salde le briglie di uno dei cavalli del carro. Nella parte sinistra, la dea Cerere insegue il rapitore sul carro trainato da serpenti e una grande torcia nella mano, quella stessa che le servì per illuminare le tenebre e cercare sua figlia. Altre divinità femminili cercano di mediare e d’impedire che la morte avvenga: Atena sembra richiamare Ade alla ragionevolezza, o forse alla pietà, gli parla, lui si gira, ma non si lascia persuadere; due fanciulle spaventate si sostengono allo scudo di Atena.

Le donne, uniche interpreti del dolore legato alla separazione della morte, oppongono ad essa la forza del loro potere generativo. Non riusciranno ad impedire che Proserpina raggiunga il regno dei morti, ma attraverso la loro rappresentazione offrivano a ogni madre che guardasse queste immagini la consolazione di una speranza, quella del ricongiungimento. Il dolore di Cerere, la sua ricerca disperata, diventa il dolore di una madre che perde la propria figlia, un dolore a cui il mito sa dare un riscatto e una speranza mostrando, sebbene sotto forma di uno straziante compromesso, la possibilità della rinascita.

Frederick Leighton, The return of Persephone, 1891, Leeds, Leeds Art Gallery

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